Franco Prevato

 
PIROSCAFO "GALILEA"
PIROSCAFO "GALILEA"

Anno di Costruzione = 1918

Nominativo Internazionale = ICBZ

Società di provenienza = Costiera

Compartimento = Trieste

Matricola = 87

Unità Gemelle = Gerusalemme, Palestina

Nome in codice = Sig. Stagnaro

 

Lunghezza tra le perpendicolari = 131.06 m

Larghezza fuori ossatura = 16.15 m

Altezza dalla linea di costruzione = 13.84 m

Macchine = 2 alternative per 4.600 hp

Eliche = 2

Consumo = 59 tonnellate al giorno

Velocità massima = 13.5 nodi

Tonnellate stazza lorda = 8.052

Tonnellate stazza netta = 4.566

Portata lorda = 5.940 tonn.

Stive = 4 X 4.992 mc

Numero massimo passeggeri in cabina = 434

 

Impiegata sulla linea n° = 51 Adriatico - Cipro - Palestina.

Dal 25 gennaio al 10 aprile del 1940 la GALILEA fu posta in disarmo nel porto di Trieste. Successivamente fu più volte noleggiata alla Società consorella LLOYD TRIESTINO e requisita dai vari Ministeri.

Il 14 novembre, fu riconsegnata alla Società Adriatica e definitivamente sequestrata, senza essere iscritta nel naviglio ausiliario.

 

Alle ore 13.00 del 28 marzo 1942 la GALILEA partì da Pireo, vuota di carico. Aveva imbarcato però, 1.199 militari diretti a Patrasso.

L'equipaggio era costituito da 99 civili e, 16 militari addetti alle artiglierie di bordo, al comando del Cap. Emanuele STAGNARO.

Le ultime ore della GALILEA, dei suoi passeggeri e del suo equipaggio, furono descritte dal 1° Ufficiale Licinio SCIVITZ.

«Partimmo da PATRASSO alle ore 13.00 del giorno 28 marzo 1942/ XX, diretti BARI. Il convoglio era scortato da tre torpediniere ed un incrociatore ausiliario.

Appena si raggiunse la rotta prestabilita, il convoglio assunse la formazione di fila; il GALILEA prese il posto numero quattro.

Eravamo vuoti di carico ma, con 1199 passeggeri militari. Il Ruolo equipaggio costituito normalmente da 114 civili e 22 militari di scorta era stato ridotto a 99 e 16, a causa delle licenze e permessi accordati.

Il tempo era calmo in assenza di vento e mare, il cielo coperto. Le previsioni però riportavano un peggioramento dal secondo quadrante.

Dopo il traverso di San Nicolò d'ITACA, il convoglio fu raggiunto da un ulteriore cacciatorpediniere ed altre dragamine si aggiunsero per l'accompagnamento oltre Capo DUCATO. Per di più un nostro aereo da ricognizione sorvolò tutta la zona fino al tramonto.

Alle 19.12, lasciato di poppa al traverso Capo Ducato, al convoglio fu ordinato di disporsi in doppia colonna ed al GALILEA di aumentare la velocità per assumere il capo fila della colonna di dritta, ovvero più in prossimità della costa.

Mentre le torpediniere si disponevano ai lati della formazione, l'incrociatore ausiliario procedeva zigzagando, in testa alla formazione. Alle 20.00 smontai dalla guardia dopo essere stato rilevato dal Secondo Ufficiale TROVATO Carlo. Dopo aver consumato la cena mi recai negli alloggi della truppa e dell'equipaggio, per sincerarmi che tutti fossero muniti di salvagente e che i soldati avessero le scarpe slacciate. Controllai che gli oblò ed i finestrini fossero oscurati, affinché la luce non filtrasse all'esterno, che nessuno stesse fumando in coperta e che le cabine dove si trovavano i 57 prigionieri imbarcati a Pireo fossero aperte.

Dopo la ronda riferii al Comandante ed al Comandante militare di non aver trovato al proprio posto, le sentinelle di guardia alle 4 scale d'accesso al ponte imbarcazioni.

La cosa fu demandata al Commissario militare per le disposizioni del caso.

Verso le ore 21.45, esaurito il mio compito mi ritirai nella mia cabina per riposare. Notai che il vento ed il mare stavano aumentando, provenienti proprio dal secondo quadrante.

 

Fui improvvisamente svegliato da un'improvvisa esplosione, verso le ore 22.45 e dopo aver preso il salvagente, mi recai sul ponte di comando. Li trovai uno dei timonieri di vedetta, il quale mi informò che la nave era stata colpita da un siluro all'altezza della stiva nr. 2. Contemporaneamente iniziò lo sbandamento sul lato sinistro. Corsi verso l'aletta di dritta e mi accorsi che da quella parte si riusciva a scorge terra, dalla stima , rispetto a quand'ero smontato di guardia ritenni doversi trattarsi delle isole di PAXO e ANTIPAXO.

Ordinai al timoniere in servizio, alla barra del timone, di mettere la banda a dritta. Il timoniere eseguì l'ordine ma non ci furono risultati. Posi il telegrafo di macchina sul FERMA, senza ricevere alcuna risposta.

Nel frattempo il panico stava dilagando. I soldati imbarcati, in qualità di passeggeri, avevano letteralmente travolto le sentinelle, poste di guardia agli accessi del ponte imbarcazioni e stavano tentando l'ammainata delle imbarcazione del lato sinistro.

Dopo essermi precipitato sul posto ed aver tentato di impedire agli avventati, manovre insicure ed infruttuose, per la velocità che ancora aveva la nave, dovetti desistere dai miei propositi perché fisicamente minacciato.

Nei pressi della lancia nr. 1 finalmente trovai il comandante, anch'egli alle prese con il panico prodotto dall'esplosione. La lancia era rimasta appesa di prua al proprio paranco. Chiesi ordini e mi rispose in un primo tempo di ammainare tutte le lance di sinistra e poi quelle pari.

Una parte degli alpini che ormai si erano calmati, perché avevano capito che la nave non sarebbe affondata immediatamente cominciò a collaborare. Nel frattempo erano sopraggiunti anche i due secondi di macchina, ai quali fu ordinato di scendere nella sala macchine e di chiudere le mandate del combustibile al fine di fermare le motrici principali.

Alcune delle imbarcazioni messe a mare si riempirono presto d'acqua, probabilmente per il colpo ricevuto, ma anche perché continuavano a sbattere contro le fiancate della nave, rovinando il fasciame.

Ricevetti ancora l'ordine di gettare a mare tutte le zattere e zatterini del lato sinistro, anche se la nave era ormai circondata da naufraghi da ambo i lati. Il comandante si era recato allora sul lato dritto della plancia, accompagnato dal Commissario Militare, dal Direttore di Macchina, dai due secondi di macchina e dal Commissario di bordo e dove lo raggiunsi.

Capii da quello che diceva che le speranze erano riposte nel veloce arrivo dei soccorsi, dal sopraggiungere della notte e quindi dell'improbabilità di un ulteriore attacco. Le sue preoccupazioni furono quelle di mantenere la calma tra la truppa, presso la quale mi recai più volte per infondere coraggio e quella del cedimento di qualche paratia stagna che facesse precipitare la situazione.

Di tutto il convoglio, rimase solamente la Torpediniera ANTONIO CA DA MOSTO, in un continuo andirivieni nell'intento di recuperare i naufraghi allontanatisi a nuoto o con le imbarcazioni.

Verso le ore 00.30 del 29 marzo la Torpediniera, fino ad allora mantenutasi a distanza, si avvicinò a portata di voce, per avvertirci di aver lanciato, via radio i segnali di soccorso e di mantenere la calma.

Ci furono chieste informazioni sulla condizione della nave e dei superstiti, alle quali rispondemmo che la nave stava implacabilmente affondando e lo sbandamento raggiunto era di 17 gradi.

Sala musica di 1a classe del Piroscafo Galilea.

La Torpediniera si allontanò nuovamente e lo sbandamento progredì fino a 19 gradi.

Il Comandante considerata la vicinanza della scorta diede il SI SALVI CHI PUO', ripetuto da tutti gli ufficiali.

Pochi soldati eseguirono l'ordine ed alcuni Ufficiali dell'Esercito Alpino salirono sul ponte di comando per chiedere al Comandante il motivo di tale decisione.

Il Comandante rispose che la situazione era divenuta estremamente grave, senza dire però quanto grave fosse e che sperava negli imminenti soccorsi. Revocò l'ordine ma avvertì che se lo sbandamento avesse continuato a progredire non avrebbe esitato a ripeterlo.

Gli Ufficiali Alpini tornarono tra i loro soldati ed i loro Cappellani militari per impartire la benedizione ed intonare inni e canti alla Patria, al Re al Duce ed alla Julia.

Alle 01.45, la nave aveva assunto uno sbandamento di 22 gradi. Il Comandante decise di ripetere l'ordine. L'ordine fu ripetuto. Nessuno si mosse.

Intanto la luna era divenuta coperta e frequenti erano i piovaschi.

Il Comandante scese dalla plancia e ripeté l'ordine agli Ufficiali degli alpini, invitandoli a trasmetterlo ai loro sottoposti e raccomandò di filarsi dai penzoli con calma.

Al fine di dare l'esempio, mi ordinò di scendere per primo. Nel mentre mi stavo calando da uno dei tientibene costatai che, sulla passeggiata di dritta vi erano ancora probabilmente 400 persone.

Quando fui a mare molti altri seguirono il mio esempio. Mi lasciai andare verso prua, dopo aver tentato di nuotare in direzione della terra, perché la corrente non consentiva di guadagnar acqua.

Mi imbattei prima, nei Sottotenenti ZANELLI e BONICELLI, filatisi subito da bordo e poi, in uno zatterino sul quale riuscimmo a risalire. Dopo circa una mezz'ora fummo raccolti dalla Torpediniera, prontamente e fraternamente assistiti.

Ricordo di aver perso le forze, mi ripresi nella cuccetta del Secondo di bordo, il quale mi prestò pure dei vestiti. Salii in plancia dove fui accolto dal Comandante Sig. DELFINO, il quale mi informò che alle ore 03.40 la GALILEA era affondata.

La Torpediniera continuò instancabilmente il recupero dei naufraghi, ed alla fine ne recuperò 150, spesso con manovre difficili per riprendere a bordo uno ad uno.

Verso le ore 14.00 fummo raggiunti dall'incrociatore ausiliario ZARA, ma in mare non si vedeva più nessuno. Più tardi in zona sopraggiunsero anche dei M.A.S., dei dragamine e degli idrovolanti.

Del personale di bordo vennero salvate 39 persone, mentre tra le salme furono rinvenute quella del Comandante (STAGNARO n.d.a.) e quella del Direttore di Macchina. Non mi è stato fatto sapere quanti siano stati i superstiti tra le truppe di passaggio.»

Non finì così la relazione del Sig. SCHIVITZ, il quale continuò nell'esposizione dei fatti facendo sapere che:

« Nonostante tutto le lance erano in perfetta efficienza e che, anche se parte dell'equipaggio era stato lasciato in licenza, i rimanenti sarebbero statati sufficienti alle operazioni d'emergenza.

Così come tutti i segnali furono regolamentari nel caso di abbandono.»

Tutto insomma fu fatto e svolto regolarmente, secondo i dettami della sicurezza, della quale ancor oggi, il 1° Ufficiale ne ha la responsabilità.

 

Dopo i tragici eventi comunque, egli ebbe a costatare di numerose persone che non riuscirono a sopravvivere.

 

Riferì di altre persone ad affiancare il Comandante che suggerivano improbabili soluzioni.

 

Nel mentre, l'interessato giustificò la sua opera con un instancabile, andirivieni.

 

Si ritiene di dover dire che solo il braccio destro del comandante, avrebbe potuto avere un certo ascendente sullo stesso e,… nessun altro.

 

La salma del Comandante fu recuperata solo più tardi e non si poterono avere testimonianze diverse, da quelle dei sopravvissuti .

 

(n.d.a.) ll comandante STAGNARO, aveva già subito un affondamento e più precisamente quello dell'EGITTO, sul fatto quindi che non sapesse agire per il meglio si possono dedicare tutti i possibili dubbi.

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