Franco Prevato

 
Piroscafo "NUORO"
Piroscafo "NUORO"

Foto di repertorio

Anno di Costruzione =

Nominativo Internazionale =

Società di provenienza = Preda di guerra

Compartimento = Venezia

Matricola = 2 F

Unità Gemelle =

Nome in codice = Nube

 

Lunghezza tra le perpendicolari =

Larghezza fuori ossatura =

Altezza dalla linea di costruzione =

Macchine =

Eliche = 1

Consumo =

Velocità massima =

Tonnellate stazza lorda = 3.075

Tonnellate stazza netta = 1875

Portata lorda =

Stive =

Numero massimo passeggeri in cabina =

Il piroscafo NUORO, ex SAINT AMBROISE di bandiera francese fu dato in gestione all'Adriatica, dopo essere stato requisito dalle Forze Armate dell'Asse.

 

Fu ricevuto alle ore 16.00 del 26 dicembre 1942.

 

Guerra ed affondamenti a parte, oltre alle facezie delle quali abbiamo già scritto per altre navi, non mancarono le contestazioni di tipo sindacale, nonostante il sindacato fosse UNICO, all'epoca dei fatti.

« Sindacato Unico dei lavoratori della provincia di Genova. 24 febbraio 1943 XXI. - Maestro di Casa GIOVANETTI Pietro - Piroscafo Nuoro.

 

Dobbiamo lamentare un fatto gravissimo, relativo allo sbarco della "Medaglia d'argento al valore di Marina, con Croce della Grande Guerra e Croce al Valor Militare per l'attuale conflitto": Maestro di Casa GIOVANETTI Pietro.

Questi, nonostante trent'anni di navigazione ed un naufragio durante la Grande Guerra, il 2 febbraio 1943 fu sbarcato per FINE CONTRATTO.

Questa Direzione è a perfetta di cosa significhi una tale motivazione, annotata dalla R. Capitaneria, sul libretto di navigazione del personale marittimo.

Ciò potrebbe pregiudicare l'ingaggio da parte di un altro armatore perché, la persona in questione, non è stata di gradimento.

Riteniamo che questo genere di motivazione, possa trovare riscontro in talune circostanze e debba essere applicata a quelle persone che, alla Patria non hanno alcun attaccamento.

Non ci sembra che per quanto sopra menzionato, la medesima possa essere applicata al Giovanetti, proprio per la dedizione dallo stesso profusa.

Parimenti questa Direzione dovrebbe essere a conoscenza di come si sia pervenuti a tale poco proficua decisione. Se così non fosse, consentiteci di potervi ragguagliare, per quanto di seguito.

 

Il Giovanetti imbarcò sulla Nuoro il 25 dicembre 1942 e come sempre svolse i suoi compiti previsti. Poco tempo dopo, al Comando di quella nave si presentò un nuovo Maestro con l'ordine di rimpiazzarlo.

Quest'ultimo era stato inviato da tale LIGABUE, appaltatore di viveri per alcune vostre unità ed il quale asserì di non dover svolgere le mansioni del Maestro di Casa ma bensì, quelle di cambusiere.

Per contro il Giovanetti si rifiutò di passare le consegne e l'altro se ne ritornò ai patri lidi.

Il Sig. LIGABUE, non desistette dal tentativo di inviare un secondo rimpiazzo, questa volta convalidato da una comunicazione da parte della Società, senza alcuna considerazione per le benemerenze dell'interessato.

 

Poiché riteniamo pacifico che non si possa riconoscere, al Sig. LIGABUE, la qualifica di armatore, Vi chiediamo di reimbarcare il Giovanetti sul piroscafo Nuoro e di far variare l'annotazione dello sbarco a libretto. Gradiremo un cortese cenno di riscontro in merito.

Firmato Il segretario dell'Unione LIPPI ed il delegato per la Gente di Mare Amoretti. »

Al di là delle brevi parentesi, la guerra continuò con tutta la sua manifesta tragedia. Così anche la NUORO , dopo essere partita al Comando del Cap. ANGELINI non ebbe una sorte migliore di tante altre.

« Eravamo partiti da Pozzuoli alle ore 20.00 del 29 marzo 1943 con un carico di circa 850 tonnellate di viveri, 650 di munizioni, 70 di merce varia, 60 automezzi e 4 cannoni.

L'equipaggio civile era composto da 33 persone, incluso il sottoscritto.

Quello militare era composto dal Regio Commissario, dal Commissario militare e da un sottotenente dell'esercito addetto al tiro, oltre a 4 marinai della R. Marina alle segnalazioni, 3 R. Carabinieri e 21 artiglieri dell'esercito addetti alle mitragliere. Più 4 soldati tedeschi addetti al pallone aerostatico di sbarramento, per complessive 32 persone.

I 47 passeggeri erano militari italiani del 38° Autoreparto e soldati germanici.

In totale a bordo eravamo 112 persone.

Il piroscafo era dotato di postazioni belliche, costituite da 4 mitragliere da 20 mm. Inoltre, per il viaggio di sola andata, era stato dotato di ulteriore 2 mitragliere di tipo germanico che furono sistemate a poppa.

All'altezza di Capo Miseno raggiungemmo il convoglio già formato dai p.fi CREMA e CHIETI, scortati dalle torpediniere CIGNO, CASSIOPEA e da altre tre torpediniere germaniche.

La navigazione proseguì regolare anche per tutto il giorno successivo. Nel tardo pomeriggio, fummo raggiunti dalla corvetta C 15, con lo scopo di staccare dal convoglio il CHIETI e scortarlo fino a Palermo, dove era diretto, mentre il resto del convoglio proseguì diretto a Trapani.

Verso le ore 22 eravamo in prossimità della rada di quel porto, quando il capo scorta CIGNO ci comunicò di dirigere verso lo scoglio Formica per la fonda.

Dopo circa un'ora il convoglio si rimise in moto per raggiungere l'ancoraggio.

La manovra terminò alle ore 01.00 del 31 marzo.

Verso le ore 03.00 si avvicinò un rimorchiatore della R. Marina che recò, in ante prima gli ordini per la prosecuzione del viaggio.

Alle 03.30 giunse l'ordine di salpare immediatamente e di dirigere su BISERTA.

Formato nuovamente il convoglio, si riprese la navigazione ed alle 07.00, fummo raggiunti dal p/fo BENEVENTO, proveniente da Napoli, scortato da un cacciatorpediniere germanico e dalla torpediniera CLIO, più tardi anche dalla corvetta C15 proveniente da Palermo.

Alle ore 10.00 il Capo Scorta comunicò l'avvistamento di un aereo da ricognizione nemico.

Oltre alle numerose navi militari eravamo scortati anche da aerei da caccia italiani e tedeschi.

La navigazione proseguiva in linea di fronte, quando verso le 14 ci fu segnalato l'avvistamento in quota di aerei nemici e poco dopo fummo fatti bersaglio di numerose bombe le quali fortunatamente, finirono in mare a circa 50 o 100 metri dallo scafo nostro e da quello del Benevento.

Alle ore 15.45 del 31 marzo 1943, ricevemmo l'ordine di cambiare la formazione da linea di fronte a linea di fila e subito dopo la comunicazione di un nuovo avvistamento di aerei nemici.

Infatti, questi arrivarono a raso sparando colpi di mitraglia. Mentre noi rispondemmo con il fuoco delle nostre mitragliere.

Pochi istanti dopo la nave fu scossa da due fortissime esplosioni a breve intervallo l'una dall'altra che provocarono la rottura di tutti i vetri e facendo andar in frantumi persino le lampadine del ponte di comando.

Gli immediati accertamenti fecero capire che, le esplosioni erano state provocate da una bomba caduta tra la scialuppa e lo scafo, l'altra dallo scoppio di un siluro, in corrispondenza del locale macchine, ambedue sul lato dritto.

Tentai di ordinare il ferma alle macchine ma, il telegrafo non funzionava ed il tubo porta ordine era stato divelto dallo spostamento d'aria, cosicché le comunicazioni con il locale fu completamente interrotto e la macchina continuava a rimanere in moto.

Intanto dalla stiva n° 3, completamente scoperchiata e contenente dieci vagoni di munizioni, stava salendo fumo e fiamme.

Non fu difficile capire l'imminenza di una ancora più grave esplosione, pertanto diedi ordine a tutti di correre verso poppa e gettarsi in mare. Anch'io mi diressi in quella direzione con il 1° Ufficiale. Giunti verso poppa scorgemmo uno zatterino sul tetto di un automezzo e, riusciti a recuperarlo, lo gettammo a mare per seguirlo.

Nonostante la corrente riuscimmo a raggiungerlo e a prendervi posto.

Non fu così per il marinaio GIACALONE che ci aveva seguito ma che non riuscì a raggiungerci a causa della deriva.

Dopo una decina di minuti ci fu un'esplosione formidabile e la nave NUORO, in pochi istanti scomparve.

Nel frattempo la corvetta C 15 si era avvicinata per raccogliere i naufraghi ed aveva messo a mare la sua piccola imbarcazione, con a bordo due marinai e sulla quale, scorgemmo con gioia che il GIACALONE era stato tratto a bordo.

Intanto però lo zatterino di provenienza francese, sprovvisto di acqua e delle altre dotazioni, sul quale avevamo trovato posto, aveva iniziato ad imbarcare acqua, perché forato da colpi di mitragliatrice oltre che dalle schegge e perché, danneggiato ad un cassone d'aria durante l'imbarco delle merci a Livorno.

Così decidemmo di chiedere soccorso all'imbarcazione della C15, la quale non avendo più posti disponibili a bordo, ci prese a rimorchio in attesa della corvetta.

Attorno a noi si raccolsero altre zattere e naufraghi.

Non eravamo preoccupati della situazione perché la corvetta era in zona e speravamo che presto, saremmo definitivamente stati tutti tratti in salvo.

Trascorsero altri 30 minuti e vedemmo la corvetta dirigere verso la nostra parte. A circa 200 metri si fermò ed invece di imbarcare i naufraghi, richiamò la lancia e non appena imbarcati i suoi due marinai, lasciò la stessa e partì senza che nulla ci fosse comunicato.

Il mare, mantenutosi fino al pomeriggio leggermente mosso, divenne verso sera sempre più agitato e nella notte raggiunse forza 6 - 7.

Le zattere e zatterini cominciarono a disperdersi ed alcuni naufraghi furono sbalzati in mare.

Trascorsero altre 24 ore in balia delle onde (1 aprile 1943 n.d.a.) e rivedemmo la lancia, lasciata dalla corvetta a circa 600 - 700 metri, sempre apparentemente vuota.

Nella giornata del 2 aprile il 1° ufficiale si spense, molto probabilmente per esaurimento.

Pensai che di tanti, eravamo rimasti in cinque, quando mi accorsi che anche un altro naufrago si era spento. Si trattava di un autiere che, rannicchiato come stava, sembrava dormisse.

Ma non morì la speranza, quando all'alba, ci accorgemmo di essere a circa 8 miglia a Nord della costa, con il vento che da Ponente si era disposto a Greco, favorendo la direzione di terra.

Per aumentare lo scarroccio, togliemmo due doghe dal fondo dello zatterino e vi issammo due salvagenti, a mò di vela.

Verso le ore 12 o 13, fummo avvistati da un idrovolante italiano che ci sorvolò diverse volte e dopo ancora circa mezz'ora fummo raggiunti da due M.A.S, uno italiano e l'altro tedesco.

Fummo raccolti da quello tedesco e trasportati a Pantelleria, dove fummo ricoverati nella sezione chirurgica dell'ospedale della R. Marina e dove fortunatamente trovai, già ricoverati altri uomini dell'equipaggio, tra i quali riconobbi i marinai SEPPINI, VERBOSO e MILANESE, il fuochista BOSAZZI.

Seppi così, che le loro peripezie non furono molto diverse dalle nostre, anche se mi confessarono di non essersi immediatamente gettati a mare ma, di aver tentato l'ammainata della lancia di sinistra.

Mi raccontarono che la manovra riuscì solo grazie alla prontezza di spirito del marinaio SEPPINI, il quale risolse la situazione tagliando, a colpi di accetta, le barbette d'accosto e la vetta prodiera del paranco.

Infatti, a causa della velocità della nave, quando l'imbarcazione fu ammainata in mare, iniziò ad imbarcare acqua mandando in tensione tutte le manovre correnti.

Ciò nonostante, dopo aver vuotato la lancia, riuscirono a recuperare altri 7 naufraghi militari.

Il 10 aprile, alle ore 11.45 noi superstiti civili fummo imbarcati su di un aereo diretto a CASTELVETRANO, dove giungemmo intorno alle ore 12.30. Da qui proseguimmo in treno fino a Palermo e poi alle varie destinazioni.

Il sottoscritto riuscì a raggiungere il proprio domicilio a Trieste, alle ore 18 di giovedì 15 aprile 1943.»

Dei 33 componenti l'equipaggio civile 22 furono dichiarati dispersi o deceduti.

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