Franco Prevato

 
Piroscafo "FIRENZE"

Anno di Costruzione = 1919

Nominativo Internazionale =

Società di provenienza = Preda di guerra

Compartimento = Venezia

Matricola = 1 /G

Unità Gemelle =

Nome in codice = Fiducia

 

Lunghezza tra le perpendicolari = 75.90 m

Larghezza fuori ossatura = 13.06 m

Altezza dalla linea di costruzione = 6.79 m

Macchine = 1 a triplice espansione con 2 caldaie da 1.840 hp

Eliche = 1

Consumo = Carbone … tonn. (?)

Velocità massima = 14.5 nodi

Tonnellate stazza lorda = 3.431

Tonnellate stazza netta = 1.964

Portata lorda = 2.675 tonn.

Stive = 2

Numero massimo passeggeri in cabina =

 

Impiegata sulla linea n° =

Ex ELISE, ex TROPIQUE, al momento del sequestro batteva bandiera greca. All'Adriatica fu consegnato il giorno 11 gennaio 1943 ed immediatamente requisito dal Ministero delle Comunicazioni e della Marina.

 

Il giorno 8 settembre 1943 era sotto il comando del Cap. Vladimiro PESTOTTI.

«Con riferimento alla richiesta fattami, mi pregio inviarvi una succinta relazione sugli avvenimenti occorsi al P/fo FIRENZE dopo il giorno 8 settembre 1943.

La notizia dell'armistizio fu da noi appresa in porto a GOLFO ARANCI, la sera del giorno 8. La nave si trovava già da qualche giorno in quel porto per operazioni di sbarco delle merci. Tali operazioni continuarono anche nei giorni successivi, a causa purtroppo della mancanza di mezzi di trasporto. Lo sbarco avveniva infatti, direttamente su camion.

Dopo qualche giorno il sottoscritto ed il Direttore di macchina Federico STRADELLA, fummo convocati in Capitaneria di Porto, presso la quale apprendemmo che i tedeschi avevano intenzione di impadronirsi della nave. Il Comandante del Porto ci informò anche delle precauzioni adottate dal nostro Comando militare.

Contrariamente a quanto supposto, nulla accadde. Ultimato lo sbarco delle merci si rimase in attesa di ordini. Successivamente partimmo per OLBIA, dove imbarcammo merce nuovamente per Golfo Aranci e per LA MADDALENA, dove sbarcammo la maggior parte del carico.

A La Maddalena rimanemmo fino al 25 dicembre del 1943, completamente inoperosi. Durante quel periodo furono eseguiti lavori di ordinaria manutenzione, effettuati con il poco materiale a disposizione e piccole riparazioni, eseguite dal personale dell'arsenale della R. Marina.

Il giorno 26 le Autorità ALLEATE ci ordinarono di partire diretti a CAGLIARI, da li a SANT'ANTIOCO dove caricammo 3.000 tonnellate di carbone dirette a PALERMO.

Anche in quest'ultimo porto rimanemmo in attesa per parecchio tempo, trascorso il quale ci fu ordinato di trasferirci ad AUGUSTA e da qui a CATANIA dove furono eseguiti i lavori di carenaggio. Dopo di ché ritornammo ad Augusta dove furono fatti i necessari rifornimenti e da dove si ripartì, su ordine del MINISTRY OF WAR TRANSPORT, alla volta di TUNISI, BONA ALGERI.

Ad Algeri ricevemmo prima, disposizioni da parte del Cap. di Vascello GIURATI di riconsegnare la nave al paese di origine, in un secondo tempo sempre dallo stesso ricevemmo l'ordine di imbarcare merce per MALTA e SIRACUSA, non essendo nel frattempo arrivato l'equipaggio ellenico.

Arrivati a Malta il giorno 8 aprile 1944 però, ricevemmo l'ordine di abbandonare e consegnare la nave.

L'equipaggio fu trasportato prima ad Augusta e poi a Taranto, dove tutti furono saldati delle proprie competenze.

All'atto della consegna della nave è stato steso, in triplice copia l'inventario generale della nave, controfirmato dal Comandante greco che assunse il comando del piroscafo FIRENZE.

Copie della documentazione furono consegnate alla Direzione della Sede Succursale ed alla Capitaneria di Bari.

Trieste 31 agosto 1945.»

Ma le vicissitudini della gente di mare non si svolsero solo a bordo e per mare.

 

Una testimonianza diretta, di quanto le cose fossero difficili anche a terra, la rese il 1° Ufficiale del piroscafo Firenze Cap. Paolo REGIS, sbarcato per malattia, il quale oltre a confermare le annotazioni del comandante, aggiunse una sua personalissima storia dal sapore quasi "giallo".

«Purtroppo da qualche tempo soffrivo di debilitanti disturbi epatici, ai quali però, sino ad allora, non avevo dato eccessiva importanza. Durante la navigazione da La Maddalena a Cagliari e Sant'Antioco, i dolori, si acuirono in maniera tale da dovermi far visitare da un medico.

Infatti, il 30 dicembre 1943, dopo la visita, il medico di Sant'Antioco mi diagnosticò una colecisti calcolosa, con ricovero presso l'ospedale per la conferma della diagnosi dopo l'esame radiologico e se necessario l'intervento chirurgico presso l'ospedale di CARBONIA.

Fui così costretto a sbarcare dalla Firenze.

All'ospedale fui visitato dal Prof. LAY, il quale molto francamente, mi disse che la radiografia non sarebbe stata possibile a causa della mancanza di materiale e che se avessi richiesto il ricovero avrei dovuto pagare di tasca la degenza, i medicinali e l'operazione, in quanto dalla Cassa Marittima non sarebbero riusciti ad avere i fondi.

Egli stesso mi consigliò di fare rientro in continente e di farmi ricoverare in qualche ospedale più attrezzato del suo. Mi chiese lire 100 per la visita, mi prescrisse una dieta alimentare poiché medicinali non si riusciva a trovarne.

Finalmente dopo molti giorni di attesa, il 20 gennaio 1944 riuscii a trovare imbarco di passaggio sulla torpediniera VELITE che mi portò a Napoli.

Cercai di trovare la sede della Compagnia ALTA ITALIA, per la quale avevo effettuato alcuni imbarchi per l'Africa con le navi MODICA E MONGINEVRO, ma trovai l'edificio semi distrutto.

In qualche modo riuscii a sapere ed a raggiungere il nuovo indirizzo.

Li trovai conforto e spiegato il mio caso, tutti mi sconsigliarono di effettuare un qualsiasi intervento operatorio, a meno che questo non fosse estremamente necessario.

Costatato, nel frattempo che, facendo vita tranquilla e riposata con uno stretto regime dietetico, la mia salute stava migliorando, decisi di trascorrere la mia licenza di convalescenza e di presentarmi successivamente alla Cassa Marittima.

A Napoli la vita però, era talmente dispendiosa che fui, ben presto costretto, a trasferirmi. Mi recai al Comando Marina, dove si era insediato il Comando Alleato e dal quale ottenni un permesso per recarmi a FOGGIA o a TERMOLI e dove, secondo il loro consiglio, avrei potuto trascorrere la mia convalescenza con minor dispendio.

Riuscii a raggiungere prima Foggia, munito di permesso di autorizzazione gratuita, attraverso posti di blocco di ogni genere, strade distrutte e ponti in ricostruzione, poi Termoli.

Qui mi sembrò di aver trovato l'albero della cuccagna. C'era pane e latte a volontà, frutta, carne ed ogni tipo di verdura. La spesa giornaliera si aggirava intorno alle 200 lire, vivendo benissimo quando a Napoli non si riusciva a vivere male con meno di 1.500.

Ma, come si sa, le fortune non durano molto. Due giorni dopo l'arrivo a Termoli, rientrai in albergo dove la proprietaria mi comunicò che era passato un militare con l'invito a comparire l'indomani presso la caserma dei Reali Carabinieri.

La mattina del giorno successivo, il 28 gennaio, mi recai dove ero stato convocato, ma non essendoci alcun responsabile, fui invitato a tornare nel pomeriggio.

Puntualmente alle ore 15.00 ritornai alla caserma dove fui ricevuto dal maresciallo che mi chiese tutti i documenti, compreso il portafoglio.

Consegnai quanto avevo con me, poi fui trattenuto per cinque giorni, potendo però consumare i pasti al ristorante.

Non fui sottoposto a particolare sorveglianza né ad alcuna restrizione.

Verso il tardo pomeriggio del quinto giorno, giunse in caserma un sergente della MILITARY POLICE, seguito da un gruppo di armati della F.S.S. (polizia britannica); nonostante le mie proteste per capire il motivo della mia detenzione, fui imbarcato di forza su di un camion, sul quale stavano altre persone tutti piantonati da scorta armata. Il camion ripartì immediatamente, con il telone chiuso in modo da non vedere dove stava dirigendo.

Dopo vari giorni di peregrinazioni continue fui consegnato assieme ad altri, con mia viva sorpresa al 371 WAR CAMP di PADULA, in provincia di Salerno. Credo fosse il 6 oppure l'8 febbraio 1944. In quel campo di prigionia rimasi un anno e mezzo.

Più volte chiesi di essere ascoltato, anche con interpellanze scritte, ma non accadde nulla fino al 6 giugno 1945, quando fui interrogato una prima volta ed invitato a confessare il motivo di aver tentato di passare al Nord, all'epoca non ancora occupato.

Risposi che tutt'al più quello poteva essere un mio pio desiderio di raggiungere la mia famiglia, sfollata a PINEROLO presso Torino.

Trentacinque giorni dopo il 12 luglio subii un secondo interrogatorio e fui invitato a confessare le mie vere intenzioni. In quell'occasione mi fu anche detto che, dalla denuncia risultava che fossi stato arrestato su una barca nel tentativo di recarmi a Nord. Smentii tutto dicendo che l'invito a recarmi presso la caserma dei Carabinieri, mi era pervenuto dalla proprietaria dell'albergo dove alloggiavo, cosa che avevo prontamente eseguito.

Io credo che solo in conseguenza alle informazioni assunte durante gli ultimi 35 giorni, si sia potuto così appurare la veridicità delle mie deposizioni, infatti il 7 agosto 1945 fui rilasciato.

Durante il periodo di internamento ho trascorso ben tre mesi di ricovero nell'infermeria del campo, a causa di una pleurite secca e per i miei dolori al fegato oltre che per lo stato di estrema debolezza e deperimento.

Con la visita medica effettuata ultimamente, presso la Cassa Marittima di Genova, da dove passai nel rientro in famiglia a Pinerolo, sono state confermate le mie condizioni di salute tutt'altro che buone e per le quali mi trovo ancora in cura.

La presente per chiedere a codesta Onorevole Direzione di intercedere, presso la Cassa Marittima affinché mi sia riconosciuto quanto di mia spettanza, oltre la dovuta assistenza.»

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